Ho spinto la mia mente fino al suo limite e quel limite, nel tempo, è sembrato ampliarsi.
Potevo vedere entro quali confini gli uomini giocavano le loro esistenze: limiti emotivi, razionali, culturali, memetici.
Potevo osservare le regole invisibili del gioco: convinzioni ereditate, desideri appresi, paure scambiate per verità, idee ricevute e poi difese come se fossero proprie.
E più quei confini diventavano visibili, meno sentivo il bisogno di giudicare chi ancora vi si muoveva dentro.
Perché vedere la gabbia non significa disprezzare chi vi abita.
Significa soltanto aver smesso di confonderla con il mondo.
Si è ampliato nella capacità di metabolizzare il piacere, nell’attraversare ogni stato e ogni stadio delle cose, fino al punto di divenire scevro da ogni sorta di mito.
Fino a quel punto in cui, forse, inizia la libertà.
Finalmente libero, potevo percepire ogni altra persona. Potevo vederla senza più attriti, senza il bisogno di giudicarla, senza il desiderio di contrapporle un altro — inutile — punto di vista.
Non avevo più bisogno che l’altro vedesse ciò che vedevo io.
Potevo, finalmente, vedere lui.
Ora potevo spingere la mia mente in luoghi lontani e in epoche perdute nella notte dei tempi, come un sintonizzatore che attraversa le frequenze alla ricerca di un segnale.
Continuavo a mimetizzarmi, a cercare interesse in quelle attività che ormai mi apparivano inutili: il lavoro e tutte le altre futili occupazioni umane. Partecipavo ancora al gioco, pur avendo cominciato a scorgerne la natura.
Mi avvicinavo al compimento di questa vita con la consapevolezza di aver vissuto tutto ciò che mi era stato possibile vivere, e forse anche di più.
Eppure rimaneva quel salto.
Il salto che neppure una mente allenata può compiere. La mente poteva condurmi fino alla soglia, ma non oltre: le era precluso l’ultimo atto, precluso ciò che È, da sempre, là dove il tempo e lo spazio non hanno più alcun senso né significato.
Ora, libero, rivolgevo il mio interesse proprio a quel salto.
Quello spazio che un tempo avrei cercato di comprendere era diventato, ormai, qualcosa da accogliere. Non più una distanza da colmare con il pensiero, ma una soglia davanti alla quale il pensiero stesso doveva arrendersi.
E comprendevo che la libertà non era la fine del viaggio.
Era soltanto il suo inizio.
L’inizio di un viaggio che accomuna ogni Anima che desidera il rientro e che, attraversando il gioco, non si è perduta nel gioco stesso.
Ora nessuna cosa era più importante e ciò che ancora lo era, o che lo era stato, provocava soltanto un semplice senso di dolce atarassia.
Potevo percepire l’intera mia esistenza come un istante, un battito di ciglia nello sconfinato oceano di uno degli infiniti universi.
Ora non affrontavo più il buio. Anch’esso non significava più nulla, così come non significavano più nulla tutte quelle buffe costruzioni della società umana che gli uomini continuavano a ritenere importanti, necessarie, assolute.
L’intera umanità, con tutte le sue epoche, le sue guerre, i suoi amori, le sue conquiste e le sue storie, poteva essere racchiusa in un solo istante, perduta in un piccolo infinito di periferia.
Avevo spinto la mia mente fino al confine, e questo era stato sufficiente a far capitolare, uno dopo l’altro, tutti i sostegni sui quali un tempo essa si reggeva.
Ma esiste un tipo di libertà difficile, terribilmente complessa da sostenere.
È la libertà che nasce quando nulla ha più bisogno di essere assoluto.
Quando perfino ciò che chiamiamo umanità può essere osservato per quello che è: un passaggio.
Qualche centinaio di millenni e non sarà rimasta neppure una vaga traccia di ciò che oggi chiamiamo umanità e a cui attribuiamo tanta importanza.
Le nostre città, i nostri confini, il denaro, le vittorie, le sconfitte, i nomi incisi nella storia, le idee per le quali abbiamo combattuto, amato e sofferto: tutto sarà scomparso.
E anche dei più grandi e delle loro gloriose giornate, piene di emozioni e capaci di cambiare il corso della storia — Alessandro Magno, Aristotele, Leonardo da Vinci, Gesù di Nazareth, Siddhartha Gautama, Confucio, Albert Einstein — non resterà nulla.
Solo lacrime nella pioggia.
E, abbastanza lontano nel tempo, neppure la pioggia.
Ogni sera rivolgo lo sguardo al tramonto.
Ho avuto la possibilità di vedere il Sole.
E anch’esso, un giorno, sparirà, come se non fosse mai esistito.
Ora, e solo ora, posso sentirmi parte del Tutto.
Posso accarezzare l’eterno per un breve istante.
E quella fugace carezza è tutto il mio senso.